Commento al Vangelo della II domenica di Avvento

Il vangelo di oggi ci presenta la figura di Giovanni Battista. Il Battista fu il maestro di Gesù. Certamente fu un riferimento e un modello all’inizio del suo viaggio nella ricerca di Dio. Ma poi il discepolo superò il maestro e se ne staccò. Tant’è vero che nei vangeli troviamo tracce (che i vangeli stessi ammorbidiscono) di frizione e di scontro tra i due (Mt 11).

Il Battista era figlio di un sacerdote (Zaccaria) e sarebbe quindi dovuto diventarlo a sua volta. Il suo destino era già segnato. A vent’anni si sarebbe presentato davanti al sinedrio che lo avrebbe esaminato per vedere che non avesse nessuno dei 142 difetti fisici desunti dalla Legge (Lv 21,16-24) e sarebbe diventato sacerdote (se eri zoppo, troppo magro o troppo grasso, fratturato ad una mano, ad un polso, ecc., non potevi diventarlo). Ma il Battista non sarà un uomo del culto, un sacerdote, bensì un profeta.
E osserviamo che si ripete una delle leggi di Dio: quando Dio interviene nella storia evita accuratamente i luoghi sacri e i suoi presunti rappresentanti. La troppa religione è nemica di Dio e della fede.

Dove va il Battista? Va nel tempio (era un sacerdote, un uomo di Dio)? No, nel deserto. Il deserto è l’ambiente ideale per il suo annuncio: “Convertitevi dai vostri peccati” (1,4). Perché nel deserto se non fai qualcosa per vivere, muori. Perché nel deserto conta veramente l’essenziale. Perché nel deserto non ci sono fronzoli o sottigliezze: il deserto ti toglie tutte le tue sicurezze, le tue convinzioni e ti mette solo davanti a te e a quello che hai dentro. E a volte ci mostra quello che non vorremmo vedere.
Nel tempio ci sono le belle liturgie, il bel canto, la bella gente, la sicurezza: così parlando di Dio e in nome di Dio, non ci si converte, non si cambia dentro, si rimane sempre gli stessi e si giustifica religiosamente le proprie iniquità.
Ma il deserto, invece, ti dice: “No, amico, devi convertirti e devi cambiare. Non raccontartela. Non nasconderti. Dove vai? Perché fuggi? Eviti la verità? Qui si vede se ami Dio: se ami Dio cambia il tuo cuore”.

La predicazione del Battista all’inizio funziona e la gente arriva da tutta la Giudea e anche da Gerusalemme (1,5). Naturalmente l’autorità religiosa si guarda bene dal credergli (Gv 1,6). Viene accolto invece dalla feccia della società: “E’ venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto” (Mt 21,32).
Nel vangelo ritorna sempre la constatazione che per credere in Gesù Cristo bisogna lasciare la propria religione. E’ una verità forte, ma è così. La religione ti dà regole, ti dice cosa devi fare e cosa non devi fare, ti rassicura, ti dice che se farai così andrai in paradiso e se farai colà andrai all’inferno; ti dice chi sono i bravi, i puri e gli ammessi e chi invece è cattivo ed escluso.
Ma niente di tutto questo c’è in Gesù. Perché la fede ha solo due obiettivi: fede e amore. Fede: dar fiducia agli uomini, scacciare le paure e il male, sentirsi accettati da Dio in ogni caso. Amore: sentirsi amati da Lui sempre e amare ogni creatura (rispetto, compassione, tenerezza, cura). La regola della religione è: “Quanto preghi? Quanto sei puro, incontaminato? Quanto sei fedele alle regole?”. Ma la regola di Gesù è: “Quanto ami? Quanto dai fiducia alle persone? Quanto le fai crescere? Quanto le stimi? Quanto credi in loro? Quanto le rispetti? Quanto vuoi il meglio per loro?”.

Il Battista, nonostante il suo annuncio sia duro e severo, all’inizio ha successo e le autorità religiose (che il vangelo chiama “l’impero delle tenebre” Lc 22,53) si allarmano e così inviano i sacerdoti e i leviti (la polizia del tempio) a interrogarlo: “Tu chi sei?” (Gv 1,19). In realtà il Battista dice: “Guardate che non sono io quello che deve venire, non sono io il Messia”. Nel vangelo di oggi tutto ciò è chiaro: “Il mio messaggero che preparerà la strada… Voce di uno che grida (1,2); dopo di me viene uno che è più forte di me (1,7)… io vi ho battezzati… ma egli… (1,8)”.
Anche se il Battista non si identifica come il Messia rimane un pericolo. Per questo sarà diffamato. Quando non si può eliminare l’avversario basta screditarlo e diffamarlo (pensate cosa avviene quando ci sono le elezioni politiche; America docet!). Se non troviamo del male, parliamone male e lo creeremo. La cosa funziona perché il Battista è un “dritto”, uno che non te le manda a dire e questo non piace a nessuno, neanche alla gente che dapprima lo aveva acclamato e accolto.
La calunnia è: “Non mangia, non beve e ha un demonio” (Mt 11,18). In realtà era solo una diffamazione perché cibarsi di cavallette, di locuste (1,6), nel deserto era ovvio (e cosa vuoi mangiare nel deserto?). Talmente normale che perfino la Bibbia lo consigliava (Lv 11,22) e perfino la comunità ascetica di Qumran si cibava di questo.
Il miele selvatico (1,6) era un alimento segno della premura di Dio (Dt 32,13).
Che fosse vestito di peli di cammello (1,6) non era un segno di povertà ma nient’altro che l’indumento classico dei profeti (Zc 13,4) e soprattutto lo avvicinava al grande profeta Elia (2 Re 1,8), vestito anche lui così.
Giuseppe Flavio, storico del tempo, ci racconta poi che Erode, preoccupato dell’eloquenza di un uomo così, giocando in anticipo, lo fece fuori per evitarsi grattacapi successivi. E così tutti, religiosi e politici, furono contenti!

Perché il Battista è così duro da accettare? Perché annuncia un battesimo di fuoco.
Io mi dico: “Sono cristiano” e lo dico perché sono battezzato e registrato nel libro dei battesimi. Ma per il vangelo non è affatto così.
All’inizio della storia (Gn 1) ci sono “le tenebre che ricoprono l’abisso”. Questo è il battesimo d’acqua. Poi Dio dalle tenebre fa uscire, nascere, venire alla luce, esistere, tutto ciò che c’è. Lì viene raccontato in immagini il grande viaggio dell’uomo: devi confrontarti con tutto ciò che c’è dentro di te e portarlo alla luce, farlo venire fuori, farlo uscire, dargli nome e volto. Questo è il battesimo di fuoco. E’ fuoco perché è un bel lavoro far emergere tutto ciò che c’è lì sotto o dentro di noi.
Vi ricordate gli ebrei? Il loro battesimo d’acqua fu il passaggio del Mar Rosso. Ma ci vollero quarant’anni di deserto per arrivare alla terra promessa. Non perché dall’Egitto alla Palestina la strada è molta e ci vuole così tanto tempo. Ma perché per convertire il proprio cuore ci vuole una lunga lotta interiore, un lungo impegno e una dura costanza. Bisogna bruciare, eliminare, distaccarsi, da tante illusioni e false credenze.
Battesimo, in ebraico (Tabel), vuol dire “immergersi” (e in questa parola c’è il tov e il rà dell’inizio della creazione): battesimo è immergersi nella luce (tov) e nella non-luce (rà) che sono dentro di te. E pare facile o bello entrare nel buio che c’è dentro di noi? E’ evangelico, vitale, ma non facile.

Giordano (Yareden) vuol dire “immergersi” (con il senso di immergersi per fiorire). E dove va a finire il Giordano? Va a finire nel Mar Morto (senti che bel nome!). E’ proprio quello che ciascuno di noi è chiamato a fare: immergersi “nella mortalità” di questa vita, immergersi in ciò che sembra morto, finito, senza senso, disperato, per poter far emergere la Vita dalla morte.
La vita di Gesù, la sua discesa (kenosi) nella storia mortale, non sarà nient’altro per rivelare che nel profondo della morte di questa vita c’è una luce divina che non muore mai.
Ma per arrivare alla luce divina che risplende in tutto ciò che esiste, bisogna immergersi nella mortalità, nella terrenità di questa vita. Bonhoeffer diceva: “I cristiani che stanno con un piede solo in terra staranno con un piede solo anche in paradiso”.
Allora: tutti siamo battezzati con l’acqua ma il vero battesimo (quello di fuoco) è la vita. Nel giorno del battesimo mi viene detto: “Tu sei figlio di Dio” (battesimo d’acqua). Ma poi devo diventarlo e questo è il mi compito e il mio cammino (battesimo di fuoco).
Per questo nel vangelo di Lc (12,49-50) si dice: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!”. L’aveva già ricevuto il battesimo Gesù, ma non è quello il vero battesimo.

Cos’è il battesimo di fuoco? E’ quel cammino dentro e verso di te che all’inizio elimina tutto ciò che non c’entra con te, che non sei tu (quindi è un cammino di purificazione, di liberazione) fino a portarti a trovare chi sei tu, il tuo centro e la tua parte divina e indistruttibile. Per cui chi ti vede, vede in te qualcosa che ti supera e che è più grande di te, di cui tu sei trasparenza.
Ma non si può pensare: bisogna farlo! Non si può diventare ciò che si è (figli di Dio) seduti a letto, con una coca-cola, tranquilli e pacifici, magari davanti alla tv e mangiando dei pop-corn. Vuoi raggiungerti? Cammina!
Nessuno di noi vuole dare un nome alle proprie paure. C’è chi pensa neppure di averne! E sentirle? Ancor peggio!
Nessuno di noi vuole riconoscere di essere stato rifiutato, non voluto, abusato, manipolato, e di aver dovuto quindi sviluppare una falsa identità per poter sopravvivere.
Nessuno di noi vorrebbe fare i conti con le proprie bestie interiori: aggressività, sessualità, odio, vendetta, desiderio di far del male, istinto. Nessuno di noi accetta ben volentieri che il demoniaco è dentro di noi e non fuori.
Chi di noi non si eviterebbe volentieri le difficoltà di coppia, di crescere, di diventare se stessi, di cambiare, di trasformarsi, di convertirsi, di plasmare la creta senza forma che siamo?
E’ questa la croce che tutti noi eviteremmo, perché questa croce è necessaria per risorgere. Bisogna discendere nella nostra umanità. L’ha fatto anche Gesù Cristo che è disceso nel fiume del peccato, il Giordano, dove tutti andavano a lavarsi dai propri peccati. Perché è solo qui dentro che troveremo chi veramente siamo e solamente in questo percorso troveremo il nostro vero volto. Solamente immergendoci fioriremo e solo bruciando saremo vivi e amore.

Oggi il Battista, domani Maria: sono le due figure che ci conducono al Natale. Entrambi ci annunciano un figlio ma secondo prospettive diverse.
Maria è la madre accogliente: “C’è qualcosa che vuole svilupparsi in te, accoglilo. Se questo “figlio” non è secondo i tuoi programmi, non importa, accoglilo lo stesso. Se questo figlio ha un nome diverso (è l’angelo che le impone di chiamarlo Gesù, 1,35) da quello che tu pensavi, non importa, accoglilo lo stesso. Se questo figlio non è come tutti se l’aspettavano e ti spiazza, non importa, accoglilo lo stesso”.
Cosa fa una donna quando partorisce un figlio? Cos’ha fatto Maria? Una donna ama “suo figlio” non perché è il più bello, il più buono o perché è come lei se l’aspettava. Lo ama perché è suo, perché viene da lei, perché ha bisogno del suo amore, della sua cura e della sua tenerezza.
Pensate a Maria e a Gesù. Mica è stato semplice per questa donna accettare questo “suo figlio”. Intanto non era suo perché veniva dallo Spirito. Poi sapeva benissimo che, se le fosse andata bene, l’avrebbero cacciata, ritenuta una donnaccia e mandata via (infatti se ne dovettero scappare in Egitto!), e se gli andava peggio (ed era più probabile questa possibilità) sarebbe finita lapidata come adultera.
E poi, guarda che figlio! Uno “fuori di sé” (3,21), ritenuto dagli stessi familiari pazzo e da eliminare; da altri ritenuto posseduto dal male e dal demonio (3,31); più volte cercano di ucciderlo (3,6 ecc.) e di farlo fuori. Un figlio condannato a morte con tutta la vergogna possibile: eretico e bestemmiatore.
Quando le dicevano: “Sei tu la madre di quello lì, di Gesù?”, non dev’essere stato facile per Maria dire: “Sì!”. Non è stato per niente semplice per Maria poter dire: “Sì, questo è mio figlio!”. Eppure lei ha creduto a quel “figlio”, lo ha cresciuto, gli è stata vicina e non lo ha mai rifiutato.

Anche il Battista aspetta il Messia. Anche il Battista non vede l’ora del suo arrivo. Nelle sue parole si percepisce tutta la sua ansia, il suo desiderio per l’avvento del Messia: “Preparate la strada e raddrizzate i sentieri” (1,3). La sua stessa vita è vissuta in funzione di Colui che deve venire.
Il Battista predica il battesimo di conversione per il perdono dei peccati (1,4): “Cambiate vita, convertitevi, perché sta arrivando il Messia, ormai è qui, ormai è vicino, ormai è alle porte”. E, infatti, il Messia, Gesù, arriva. Ma non sarà come lui se lo immaginava; non sarà affatto come lui credeva.
Sì, Gesù è l’Aspettato ma non come se l’aspettavano. Non è potente come un nuovo Davide, con l’esercito, le armi, le spade e i cavalli. Non è forte come un nuovo Elia, che distrugge le falsità, combatte l’ingiustizia e uccide i malfattori. Non è condottiero come un nuovo Mosè che libera gli ebrei dalla schiavitù dei nuovi Egiziani, i Romani.
Tanto è vero che un giorno il Battista chiederà a Gesù (Mt 11,3): “Ma sei proprio tu quello che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro, perché non sei proprio come noi ti aspettavamo”. Agli occhi di Giovanni, Gesù non è il “figlio” di Israele tanto aspettato. Il Battista dovrà cambiare opinione e convertirsi: “Lui è diverso dalle mie idee”.
A Giovanni Battista non a caso fu decapitata la testa (Mt 14,3-12): per conoscere Colui che veniva (il Signore) dovette perdere la testa, dovette lasciare tutte le sue idee, tutte le sue precedenti credenze religiose, tutta la sua sapienza, tutte le sue acquisizioni (sicurezze) religiose, perché colui che venne fu diverso da tutto ciò che lui poteva anche solo lontanamente pensare. Non fu per niente semplice per il Battista accettare questo “figlio”!

E chi sono i “nostri figli”? Beh, ovviamente i nostri figli biologici. Nasce tuo figlio e tu non vedi l’ora! Ma poi lui non è come te l’immaginavi perché a lui non gli interessa niente di quello che interessa a te, e tu rimani molto deluso. Tu sei affettuoso ma lui no, e le coccole le vuole solo quando vuole lui. Tu sei uno sportivo ma lui è un sedentario e un pigrone. Tu non vedevi l’ora di insegnargli questo e quello, ma a lui il sapere proprio non interessa. Tu già te lo immaginavi con te a camminare in montagna e invece lui ha un problema di motricità. Non è facile accettare che lui è lui, che lui non è te. Non è facile accettare “questo figlio”!
Ma il “figlio” è tutto ciò che vuole nascere, che vuole emergere, in noi.
“Figlio” è scoprire che Gesù non è nato a Betlemme, che non c’erano i pastori e neanche gli angeli in quella notte, che la famiglia di Nazareth non era così santa e perfetta come noi l’abbiamo pensata; che la moltiplicazione dei pani non è stata un miracolo di magia, che Gesù non ha mai camminato fisicamente sopra le acque, che guariva non perché aveva dei poteri straordinari (perché era Figlio di Dio), che le apparizioni non sono degli incontri reali lungo le strade del paese e della città, che Maria non ha visto nel cielo nessun angelo, ecc. E’ facile accettare un “figlio” così, questa novità? Non ci destabilizza, non ci irrita? Non ci viene spontaneo rifiutarla: “Non è possibile! Ma allora mi hanno ingannato?”. Natale è accettare “tuo figlio”, fallo crescere e prendersi cura di lui, perché lui vuol vivere in te.
Un uomo ha scoperto per caso che suo padre non è il vero padre. Sua madre ha avuto quel figlio con un altro uomo, ma era sposata, e tutti e due hanno taciuto la cosa (naturalmente tutti i parenti lo sapevano, a parte l’interessato e il marito). Adesso si spiega tante cose (la diversità fisica, il nome dello zio, la sensazione di non essere mai a casa) ma non è facile accettare una verità del genere. Natale è accettare questo “tuo figlio”, una verità difficile… ma è così. Se la rifiuti uccidi ciò che vuole nascere.
Una donna ha scoperto di essere stata abusata da piccola: è un “figlio” difficile da accogliere. Un uomo si ritrova con la propria moglie che, caduta la maschera, adesso, all’improvviso, è depressa e non ha più voglia di vivere. E’ difficile da accogliere “questo figlio” e vedere la propria sposa che si ama così!
Una donna scopre che il suo amore è solo paura. Lei ama suo marito ma in realtà è terrorizzata che lui la lasci. Se lui se ne andasse lei si sentirebbe persa. Sì, c’è amore ma soprattutto il terrore di essere da sola. Lei ama i suoi figli, ma senza di loro la sua vita sarebbe niente: si sente realizzata solo in funzione dei figli. E’ per questo che vive in loro: tutto quello che loro vivono è come se fosse lei a viverlo. E’ difficile accettare “questo figlio”: “Amo per paura; mi attacco per non essere da sola; i miei figli sono tutta la mia realizzazione”. E’ difficile prendersi cura di questa verità, lavorarci e non rifiutarla. Sarebbe più facile pregare, partecipare alle funzioni natalizie, impegnarsi per gli altri! Ma è “questo tuo figlio” che ha bisogno di te, che ti chiede di nascere e di crescere, anche se per te è scomodo e ti mette in gioco.
Un uomo sente il desiderio pressante di ribellarsi al proprio capo, che è un dittatore e si prende gioco dei suoi dipendenti. Sa che rischia sia il licenziamento sia il mobbing da parte sua. Ma sente l’esigenza di difendersi, di non sottomettersi più, di non mettere più la coda fra le gambe. E’ difficile accettare “questo figlio”, questo desiderio di amore e di rispetto per te che hai dentro. Sarebbe più facile far finta di niente in modo da non avere troppi casini. E’ un “figlio” difficile!
Per molti di noi Natale è un bambino da accogliere (ed è così). Ma il punto è che abbiamo già stabilito noi cosa. Se non arriva come noi ce l’aspettiamo, allora noi lo rifiutiamo, manco lo accogliamo perché non è secondo le nostre idee.
Ma il Natale non è questo. Natale è un bambino, è “tuo figlio” che vuole nascere in te. Ma non è come pensi tu: è lui. Non è come te, è diverso da te: per questo lo devi accogliere com’è, anche se sarà diverso da come tu ce l’hai in testa, o forse sarà addirittura all’opposto. Per questo ti sorprenderà; per questo ti chiederà di cambiare le tue idee e i tuoi pensieri; per questo ti chiederà di aprire la tua mente anche su ciò che per te è inconcepibile.
Se Maria avesse detto (ed era assai ragionevole e secondo il buon senso!): “Ma dai, assurdo, questo figlio non può essere il figlio di Dio”; se avesse detto: “Inconcepibile!”, Gesù non ci sarebbe stato.
Se il Battista avesse detto: “Ma c’è scritto nella Bibbia, non può essere così il Messia”; se avesse detto: “Inconcepibile una cosa simile!” non l’avrebbe annunciato e neppure battezzato.
Lui vuole vivere in te. Dio vuole nascere in te. Non dire: “Inconcepibile! impossibile! no!” a ciò che succede in te, attorno a te, solo perché non ha il volto che tu pensavi. Perché quello che è concepibile (come dice la parola stessa) è già nato; è l’inconcepibile che chiede di nascere. Ama ciò che è in te e nella tua vita, perché è questo “tuo figlio” che vuole nascere in te.

don Marco Pedron

Pensiero della settimana

Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare fino
a quando arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa.
(A. Einstein)

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