Commento alla liturgia della Solennità di Cristo Re dell’Universo


Non per Dio ma con Dio e come Dio

di don Marco Pedron

La parabola di oggi incute paura e terrore perché Dio sembra esigente e fiscale. Sembra che Dio abbia un grande libro dei conti e alla fine della vita, nel giorno del Grande Giudizio, tiri le somme: se le azioni negative sono superiori di quelle positive: inferno eterno. Se, invece, sono superiori, le positive: Paradiso eterno.
La Chiesa aveva anche usato una bella pubblicità a sostegno di quest’idea: l’occhio di Dio. “Dio vede tutto”, diceva questa pubblicità (in molte chiese si può vedere l’occhio di Dio, all’interno di un triangolo, che era la Trinità): il suo occhio ti controlla, vede e sa tutto. A Lui non scappa nulla, a Lui nulla sfugge e qualunque malefatta che tu fai, sappi, che un giorno ti sarà rinfacciata. Dio è il Grande Fratello che vede tutto! Ma un Dio così è un Dio controllore, nemico della vita. E soprattutto non è evangelico, non è ciò che Gesù ci ha insegnato.
D’altronde se tu prendi la Bibbia di Gerusalemme, leggi come titolo di oggi: “Il giudizio finale”. E nel giudizio finale, quindi, Dio punisce alcuni e premia degli altri. Ma attenzione perché i titoletti, che li abbiamo messi noi e che non li ha messi Gesù, sono utilissimi ma alcune volte anche fuorvianti, come il caso di oggi.

La parabola inizia dicendo: “Quando il Figlio dell’Uomo verrà” (Mt 25,31).
Noi attribuiamo a Dio molti titoli: “Signore, il Figlio di Dio, l’Agnello di Dio, il Salvatore, ecc.”, ma che cosa dice di sé Gesù?
Quando Gesù parla di sé usa sempre questo termine: “Il Figlio dell’Uomo”. Ed è un titolo che pochissimi di noi attribuiscono a Gesù, ed è strano, singolare, visto che Lui parla di sé sempre così!
E cosa vuol dire Figlio dell’Uomo? Il Figlio dell’Uomo è l’uomo che ha realizzato il progetto di Dio. Gesù nel battesimo (Mt 3,13-17) ha accolto e accettato la missione che Dio gli aveva dato e l’ha vissuta fino in fondo. Quindi Figlio dell’Uomo è la persona che accoglie lo Spirito di Dio e lo vive nella propria vita.
Chiunque di noi quindi può essere Figlio dell’Uomo: anzi, tutti lo dovremo essere. Tutti dovremo accogliere il piano, il progetto di Dio su di noi, che è nient’altro il motivo per cui ci siamo ed esistiamo.
Che ci sia un progetto su di me vuol dire che la mia esistenza è significativa, importante: non sono qui a caso, sono qui per uno scopo e per un motivo. Ed è questo che dobbiamo recuperare: il senso della nostra vocazione. C’è un destino, una chiamata, una missione che ci chiama. Le persone sono tristi, depresse, senza vitalità o voglia di vivere, perché non hanno motivi validi, forti, ragionevoli per vivere. Ma quando si sa il perché ci si è irresistibili.

“Con tutti i suoi angeli” (Mt 25,31). Quando noi pensiamo all’angelo, dentro di noi ci raffiguriamo una creatura con le ali. Ma l’angelo (anghello=annunciare) non ha niente a che vedere con questo. Angelo è solamente tutto ciò (persone, incontri, fatti, eventi, situazioni, sogni, incidenti, sorprese, ecc.) che Dio ci manda perché possiamo seguire la nostra strada e la Sua chiamata.
Hai mai incontrato un angelo? No, se pensi all’essere angelico con le ali.
Hai mai incontrato un angelo? Sì, tantissime volte, se sai chi è.
L’angelo vuole farti un uomo e una donna migliore. Io vivo nella paura, nel terrore di scegliere, di osare, di mettermi in gioco, di guardarmi dentro, non sfruttando le mie potenzialità e la riserva di amore, di bontà, di doti, di generosità, di simpatia, di vitalità che ho dentro. Vivo sulla difensiva o non sfruttando il patrimonio che Dio mi ha dato. Allora arriva un angelo che mi mostra che posso essere migliore: posso osare, scegliere, smettere di vivere così e volare.
Chi ti ama non vede ciò che sei ma ti mostra ciò che puoi essere. L’angelo è questo. Quindi: “Quando il Figlio dell’uomo verrà con i suoi angeli”, vuol dire con tutti quelli che vivono realizzando sulla loro vita il loro progetto di Dio.

E cosa fa il Figlio dell’Uomo? “Si siede sul trono della gloria” (Mt 25,31).
Cos’era il trono della gloria? Era un modo per definire il Tempio, dove cioè Dio stava. Il trono, dove Dio risiedeva nella sua gloria, nel suo splendore, era, dicevano gli ebrei, il Tempio. Ma cosa succedeva? Che al tempio ci potevano andare solo i puri: i peccatori, gli altri, no!
Ma adesso “il trono della gloria” non è più un luogo (il tempio) ma una persona (Gesù). Dio non risiede più in un luogo ma nelle persone, in chi lo ama e lo accoglie.

“E saranno riunite davanti a lui tutte le nazioni” (Mt 25,32).
“Nazioni” (Mt 25,32) è ethne. Cosa fanno i vangeli? Quando devono parlare di Israele usano la parola laos (=popolo). Anche qui si parla di un popolo ma non si usa questo termine.
Infatti quando si parla di ethne si intende sempre i pagani.
Se noi prendiamo il vangelo di Mt troviamo che il giudizio per Israele c’è già stato. Infatti in Mt 19,28 si dice: “Voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele”. Questo è il giudizio per Israele, che non ha accolto il messaggio di Gesù.
Qui invece nel vangelo di oggi si parla dei pagani, di tutti quelli, cioè, che non hanno mai conosciuto Gesù, che non ne hanno mai sentito parlare o che magari lo hanno rifiutato perché gli è stato presentato Dio in maniera erronea, distorta. Quindi non è un giudizio universale, ma solamente l’evangelista che si pone la domanda: “Cosa succede per tutti quelli che non hanno conosciuto il messaggio di Gesù?”.

Mt si rifà alla pratica dei pastori che la sera, quando si radunava il gregge, separavano i capri dalle pecore per poi procedere alla operazione della mungitura.
Cosa fa il re: “Mette le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra” (Mt 25,33). Perché? La sinistra da sempre è stata vista come la parte negativa: ancora oggi adoperiamo il termine “sinistro”. Se eri mancino, una volta, ti costringevano a scrivere con la destra perché era la mano del diavolo. Ma era solamente una stupida credenza.
Quindi per la mentalità del tempo: sinistro=negativo, destro=positivo.

“Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: venite benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fino dalla creazione del mondo” (Mt 25,34).
Noi abbiamo l’idea che Dio scriva tutto nel suo grande Librone. Il Talmud stesso, un libro ebraico del tempo, diceva che tutte le infrazioni vengono scritte su un libro.
Ma Gesù non ha bisogno di nessun libro per separare gli uni dagli altri. Gesù lo vede! E da che cosa lo vede? Lo vede se una persona è riuscita nella vita o no.
Mt 13,47-50 racconta la parabola della rete: il regno di Dio è come un pescatore che getta la rete e tira su pesci buoni e pesci marci (e non cattivi come a volte erroneamente viene tradotto). Quelli che vengono eliminati non è perché sono cattivi, per un giudizio morale, ma perché sono già marci. Lo si vede: non c’è la vita, la vitalità, sono morti, sono marci, per questo è costretto a buttarli via.
Mt 12,33 dice: “Se prendete un albero buono, anche il suo frutto sarà buono; se prendete un albero cattivo, anche il suo frutto sarà cattivo; dal frutto si conosce l’albero”. Si vede, basta guardare! Non ci vuole un grande esperto per vedere che la frutta è marcia, non buona.
Chi nella vita riesce (secondo il senso di Dio) si vede: le sue parole parlano di amore, di compassione e di tenerezza; i suoi gesti sono rispettosi, non aggressivi e attenti; il suo volto è pieno di felicità e di luce.
Dio vede (non gli serve nessun libro!) e dice: “Venite benedetti dal Padre mio” (Mt 25,34). “Ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo” (Mt 25,34). Qual’era il progetto di Dio fin dalla creazione del mondo, fin dall’inizio? Che gli uomini avessero la sua stessa condizione divina, immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26).

Ma cos’hanno fatto questi “benedetti” per avere “il regno”? Perché hanno il regno? Sei azioni.
1. Avevo fame (Mt 25,35): c’è uno che ha bisogno e tu te ne accorgi. La fame di pane, di ascolto, di tenerezza, di comprensione, di essere riconosciti, stimati, valorizzati. Vedi uno che ha fame? Gli dai il pane! Ma non serve la Bibbia per fare questo: basta avere un cuore e conoscere l’amore!
2. Avevo sete (Mt 25,35): il dare da bere era in quella mentalità simbolo di accoglienza, dare vita. Vedi uno che ha bisogno di te, della tua accoglienza: tu puoi dargliela, gliela dai. E’ normale per chi ama tutto questo. E’ questione di sensibilità.
3. Ero forestiero, straniero (Mt 25,35): lo straniero in tutte le culture ha messo sempre paura. Straniero è tutto ciò che non è come me: un nuovo modo di pensare la vita, Dio; un nuovo modo di fare, di parlare, di rapportarsi; un nuovo modo di vestire, di concepire i rapporti. La prima cosa che diciamo è: “No”. Ma è un no solo perché non è come noi. Ma nei vangeli gli stranieri (stranieri nel vangelo sono i pagani, le donne, i pubblicani, gli ultimi, i lebbrosi=tutti esclusi dagli ebrei) non sono mai quelli che tolgono qualcosa, ma sempre quelli che portano, quelli che arricchiscono. Quindi l’accoglienza dello straniero non è una perdita, ma è una ricchezza.
4. Nudo (Mt 25,36): chi è nudo è esposto al pubblico ludibrio, al giudizio, alla vergogna. Nei vangeli i “giusti e pii” farisei, scribi e dottori si permettevano di giudicare, di condannare, di mettere alla berlina i peccatori (pensate all’adultera in Gv 8,1-11). Gesù, invece, difende, prende le parti di questa gente. Quando uno è vulnerabile, quando uno è indifeso, è da miseri, da ignobili, ferirlo.
5. Malato (Mt 25,36): il malato ha bisogno di aiuto, di sostegno, di cura. Gesù andava dalle persone e le vedeva tutte come malate bisognose di guarigione. I “sapienti”, invece, li giudicavano. Un’adultera: una malata d’amore per Gesù. Per i sapientoni: una prostituta. Un pubblicano: un malato di riconoscimento (i soldi come compensazione). Per i sapientoni: un peccatore. Un lebbroso: un malato di contatto e di pelle. Per i sapientoni: un maledetto da Dio.
6. Carcerato (Mt 25,36): a quel tempo il carcerato era considerato uno che era giustamente punito: non faceva affatto compassione. E quando Gesù dice “carcerato e siete venuti da me”, non significa soltanto una visita di conforto. I carcerati non stavano in carcere mantenuti dai carcerieri, ma dovevano essere i familiari o gli amici che dovevano provvedere al sostentamento del carcerato, altrimenti il carcerato moriva di fame. Quindi andare a trovare il carcerato non significa soltanto fare una visita di conforto, ma portargli da mangiare per mantenerlo in vita. Se non lo andavi a trovare, nel senso di portargli da mangiare, moriva.
Ma cosa sono tutti questi? Sono dei bisogni degli uomini. Amore, dice Gesù, è prendersi cura di questi bisogni.
Ma questa è una rivoluzione. Cosa diceva infatti la legge ebraica? Nel talmud si legge: “Nell’aldilà, il santo che benedetto sia, prenderà un rotolo della legge, se lo poserà sulle sue ginocchia e dirà: chi se ne è occupato, venga e riceverà la sua ricompensa”.
Gesù dice: non è l’osservanza, il comandamento, ma l’amore che ti fa vivere oggi e domani.

Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo veduto così affamato, ecc.” (Mt 25,37)? E Gesù: “Ogni volta che avete fatto questo ad uno dei miei fratelli più piccoli” (Mt 25,40).
Gesù non dice: “Quando ami uno, lo fai per me” ma “quando ami uno, ami me”. Ci sono persone che “devono amare gli altri” perché lo ha comandato Gesù. Ma se si deve amare gli altri lo si fa per dovere, senza alcun sentimento e per costrizione. L’amore non si comanda: si sente.
Non si fanno le cose “per carità cristiana”; si fanno perché nascono dal cuore. Amare uno perché ci è comandato è svilente: “Non ti amo, ma lo faccio perché me lo comandano!”. Con Gesù le cose non si fanno per Dio, ma con Dio e come Dio.
Un giorno chiesero a Madre Teresa: “Perché lo fa?”. Si aspettavano come risposta: “Per Dio”. E invece lei sorridendo disse: “Per amore”. “Cioè per Dio”, ripresero. “No, per amore. Perché la sua sofferenza tocca il mio cuore”. Non si ama l’altro perché Dio lo comanda ma perché ci tocca il cuore, l’anima. “E se Dio non ci fosse?”, chiesero una volta sempre a Madre Teresa. “Non ho amato per Dio, ho amato per amore di chi mi stava davanti”. E siccome nell’uomo c’è Dio, amando il fratello lei amava anche Dio. E poi concluse: “Non so mai se chi dice di amare Dio, lo ami davvero. Ma so che chi ama l’uomo, lo sappia o no, ama Dio”.
Un giorno sempre Madre Teresa stava accuratamente curando le piaghe ripugnanti di un lebbroso. Faceva il suo lavoro sorridendo e chiacchierando con il malato, come fosse la cosa più naturale del mondo. Ad un certo punto chiese al malato: “Tu credi in Dio?”. Il pover’uomo la fissò e poi le disse, sorridendo: “Sì, adesso credo in Dio!!!”.
E un’altra volta un giornalista che la vedeva tutta dedita a curare un lebbroso le disse: “Madre, io non lo farei neanche per un milione di dollari”. E lei: “Neanch’io!”. E lui continuò: “Ma neanche se me lo comandasse Dio in persona!”. E lei: “Neanch’io”. Certe cose si fanno per amore… e basta.

Poi il re dirà a quelli alla sua sinistra: “Via, lontano da me maledetti” (Mt 25,41).
Prima aveva detto: “Venite, benedetti dal Padre mio” (Mt 25,34). Qui, invece, non si dice: “Maledetti, dal padre mio”, ma solo: “Maledetti”. E da chi sono maledetti? Non certo da Dio! Si sono maledetti da se stessi!

“Nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli” (Mt 25,41). Il fuoco non è l’inferno dove si finisce arrostiti! Gesù prende un’immagine del suo tempo: a quel tempo c’era la Geenna, nella Valle dell’Hinnon, che era l’immondezzaio di Gerusalemme. Lì vi era sempre il fuoco perché venivano bruciati tutti i rifiuti.
Gesù dice: “Quelli che collaborano per l’amore (i benedetti) avranno ciò che vorranno: l’amore. E quelli che collaborano per distruggere, avranno ciò che vorranno: la distruzione”. Ognuno avrà ciò che vorrà.
E anche Gesù sa che ci sono gli angeli del diavolo: quelli che distruggono invece di costruire. E perché finiscono lì? Semplice: si sono chiuse di fronte ai bisogni delle persone. Non sono state in grado di fornire amore, ma hanno pensato solamente a se stesse.

Allora essi diranno: “Quando mai…” (Mt 25,44). Ma osservate la risposta: è frettolosa, sbrigativa! I benedetti: “Quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare…” (Mt 25,37). I maledetti: “Quando ti abbiamo visto affamato” (Mt 25,44) e basta. La risposta è breve perché loro non si sono proprio accorti di chi era bisognoso. Erano troppo presi da sé.

E osserviamo: “E non ti abbiamo assistito” (Mt 25,44). Assistito lett. è diakoneo, servire. Il diacono era la persona nella comunità cristiana che serviva, che faceva, che si occupava degli altri. Allora Mt dice: “State attenti perché si può essere diaconi, cristiani, ed essere “maledetti”, senza cuore”. E i diaconi (i cristiani) potrebbero dire: “Ma noi ti abbiamo servito?”, e lui dirà: “No”.

E la sentenza finale: “E se ne andranno questi alla mutilazione eterna, e i giusti alla vita eterna” (Mt 25,46).
Questa sembra una punizione se la leggiamo così. Ma non lo è. La parola supplizio viene dal greco (kolasis), ed è un verbo che vuol dire potare, recidere, mutilare (kolazo). Allora: c’era un progetto ma è stato tagliato, reciso, non è cresciuto, non si è sviluppato. La vita dentro di sé non si è sviluppata, cresciuta, per cui non sono stati in grado di darla.
Il vangelo conosce due termini: la bios e la zoè. La bios è la vita fisica: si nasce, parabola ascendente e poi discendente fino a morire. La zoè è la vita psichica, interiore, la vitalità: questa non smette mai di crescere e di svilupparsi.
Cosa dice Gesù allora qui? Se tu tagli, recidi la tua zoè, la tua vitalità, se tu non fai crescere l’amore che c’è in te, se tu non diventi più maturo e adulto, tu ti condanni a morire. E chi è morto non può dare vita. Non è il re che li condanna, ma sono essi stessi che si sono condannati.

Cosa dice a noi questo vangelo? “Quando ti abbiamo veduto…”. 1. Bisogna avere cuore per vedere.
La gente dice: “Io non faccio male a nessuno!”. “Forse!”. Forse dici così, solo perché non ti accorgi. Quando tu sei preso da te e dai tuoi bisogni non puoi proprio vederli quelli degli altri. Perché sei troppo preso dalla pressione dei tuoi bisogni interni. Se vedi solo te non vedrai nessun altro.
Se hai fame di riconoscimento, quando l’insegnante ti dice: “Suo figlio a scuola è un po’ troppo vivace”, tu non vedi il suo bisogno, la sua difficoltà. Tu vedi solo te e inizi a dire: “Parla così perché non ha figli; a casa mio figlio si comporta bene; impossibile”. Non vedi il suo bisogno ma solo il tuo, che è quello di essere riconosciuta nel tuo ruolo di essere una brava madre.
Se sei nudo perché nella tua vita, da piccolo, ti hanno umiliato molto, quando uno ti dice: “Guarda che qui, forse, hai sbagliato, non ti sei comportato bene”, tu non vedi il suo bisogno di aiutarti ma reagisci in base al tuo terrore di essere svergognato un’altra volta: “Ma come ti permetti? E perché tu?”.
Se tuo marito viene a casa e si butta sul divano mezz’ora per riposarsi, tu non vedi il suo bisogno ma vedi solo il tuo: “Guarda caro, che anch’io è da stamattina che sono in piedi”.
Se tu “mandi a cagare” qualcuno e poi dici: “Io sono fatto così, quello che ho da dire lo dico in faccia”, tu vedi solo te e la tua rabbia e non vedi che ti stai solo scaricando ferendo (e magari neanche c’entra!).
Allora: ci vuole cuore per vedere i bisogni degli altri e per non vedere solo se stessi. Il grande pericolo è di fare come quelli della sinistra: “Ma quando mai? Noi? Impossibile?”. E, invece, proprio nella tua insensibilità, non ti sei neppure accorto di chi ti stava vicino.
Alla scuola materna c’era un bambino che aveva sempre due fazzoletti. La maestra un giorno gli chiese il perché. “Uno è per soffiarmi il naso”. “E l’altro?”, chiese la maestra. “E’ per asciugare gli occhi di quelli che piangono”. Che i bisogni degli altri tocchino il cuore: allora si è ancora vivi.
Una bambina torna a casa dalla casa di una vicina alla quale era appena morta, in modo tragico, la figlia di otto anni. “Perché sei andata?”, le domanda il padre. “Per consolare la mamma”. “E che potevi fare tu così piccola, per consolarla?”. “Le sono salita in grembo e ho pianto con lei”.
Se c’è qualcuno che ha bisogno, siediti accanto a lui e ascolta il suo bisogno. Quando c’è un bisogno dentro o fuori di te, bisogna ascoltarlo.
Irena Sendler (1910-2008): è una cattolica che vive a Varsavia (la sua storia è stata scoperta solo nel 1999). C’è un bisogno impellente: far uscire dal ghetto di Varsavia tutti i bambini che si possono far uscire. Irena riesce ad ottenere il permesso di lavorare come idraulica specialista. Entrava nel ghetto con il suo camion e metteva nella borsa degli attrezzi tutti i neonati, nascondendoli nel fondo della sua cassetta. I più grandi dentro in un sacco di iuta. Nel suo camion teneva un cane ben addestrato ad abbaiare inferocito quando i soldati nazisti entravano nel ghetto. I soldati temevano il cane e il suo latrato copriva il pianto dei bambini. Fu catturata dai nazisti e selvaggiamente picchiata: le ruppero gambe e mani, ma non confessò nulla. Ne salvò 2.500!!!

2. Ma noi possiamo leggere questo vangelo anche in un altro modo. Tutti i tuoi bisogni hanno bisogno di te.
Alcuni dei nostri bisogni li riconosciamo altri invece neppure li vediamo e ne teniamo conto. Tu sei tutto lavoro e realizzazione. Il tuo bisogno di affetto, di intimità e di contatto, non lo vedi proprio. Cosa succede un giorno: ti innamori della tua collega. Ciò che trascuri è la tua rovina.
Tu sei tutta casa e figli. Il tuo bisogno di curarti e di femminilità, lo tralasci. Tuo marito non ti cerca più e un giorno gli rinfaccerai che “le cose sono cambiate” e che non ti ama più.
Tu sei incarcerato dalla paura di ciò che gli altri dicono e di fare brutta figura. Il tuo bisogno di diventare autonomo, lo trascuri proprio. Un giorno avrai la sensazione di essere dentro ad una gabbia senza porte o vie d’uscita e vivrai rassegnato. Ciò che trascuri ti condanna.
Tu sei preso dal bisogno di riconoscimento: devi fare un sacco di cose. Neppure ti accorgi che hai anche altri bisogni: per questo ci sei dappertutto, hai sempre da dire qualcosa e vuoi essere sempre in mezzo a tutto.
Ma facendo così rovini e inquini tutte le relazioni.

In Giappone all’inizio del secolo si usava viaggiare di sera con una lampada. Una sera, un cieco, fece un bel po’ di strada per chiedere del pane al fratello. Il fratello gli diede il pane e gli disse: “Prendi anche una lampada, che è buio fuori”. “A me non serve; io ho bisogno del pane; io non ho bisogno di una lampada, sono cieco”, prese il pane e se ne andò. In effetti lui non aveva bisogno della lampada ma gli altri avevano bisogno che lui l’avesse. Un treno passò, non vide nessuna luce e lo investì.

Pensiero della settimana

Si possiede solo ciò che si dona;
ciò che non si può donare ci possiede!

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