Commento al Vangelo della XXXIII domenica

COMMENTO ALLA XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

DI DON MARCO PEDRON

Questa è la seconda delle tre parabole che vi sono in Mt 25.
La prima, di domenica scorsa, l’olio delle lampade (Mt 25,1-13): la luce. Se vivi senza luce, senza olio, verrà un giorno in cui ti taglierai da te stesso e sarai staccato da te e dal tuo cuore. E non ci sarà più niente da fare. La crosta, la corazza, sarà così spessa che sarai tagliato dalla vitalità della vita.
La seconda oggi, i talenti (Mt 25,14-30): il giocarsi, il coinvolgersi. Se non ti giochi, se non osi la tua vita, se vivi nella paura invece che nel coinvolgimento, verrà un giorno in cui sarà la paura a governare e a dirigere la tua vita. E viene un giorno in cui la paura sabota ogni slancio e ogni cambiamento.
La terza domenica prossima, il giudizio finale (Mt 25,31-46): l’amore. Se tu non sei sensibile, se tu non ti lasci colpire, “toccare” dai bisogni, dalle necessità, dalle esigenze dell’altro, verrà un giorno in cui diventerai così duro, insensibile, indifferente, che non conoscerai né proverai più amore.

Sono tre parabole che hanno in comune la definitività: ci sono delle vie di non ritorno. Viene un giorno in cui è troppo tardi, in cui non c’è più niente da fare.
La vita, in modi diversi, in certi momenti dà a tutti la possibilità di cambiare, di coinvolgerci. Tutti noi abbiamo avuto degli incontri che ci portavano in una certa direzione. Tutti noi abbiamo incontrato delle persone che ci facevano respirare un’altra aria. Tutti noi abbiamo incrociato qualcuno che ci diceva: “Vieni di qua; provaci; dai che ce la puoi fare!”. Tutti noi abbiamo vissuto delle situazioni (morte di un amico, di un caro; un momento difficile di vita; una sofferenza interiore; una malattia, ecc.) che ci chiamavano a vivere diversamente.
Cos’abbiamo fatto in quelle situazioni? Perché rinuncia oggi e rinuncia domani, posticipa, rimanda, tralascia, abbandona, evita, rifuggi oggi e rifuggi domani, verrà un giorno in cui non sarà più possibile “fare domani”. E’ troppo tardi.
In queste parabole Gesù non è cattivo o duro, ma ci ricorda solamente che tutto ciò che noi facciamo ha delle conseguenze su di noi. Se tu vivi così, se tu fai così, se tu agisci così, questo ha delle conseguenze a breve e soprattutto a lungo termine. Ed è per questo che ognuno raccoglie ciò che semina. Hai vissuto così: eccone le conseguenze! Non t’arrabbiare: è ciò che tu hai voluto.
Un gatto era salito alto alto su di un albero. Nevicava molto e un uccellino gli diceva: “E’ meglio che scendi perché io, se il ramo si spezza posso volare via, mentre tu non farai in tempo a scappare”. “Ma cosa vuoi che sia! Un fiocco di neve è nulla”. L’uccellino continuava a dirgli: “E’ meglio che scendi…” e il gatto continuava a rispondergli: “Un fiocco di neve in più non fa la differenza!”. E così continuava a contare i fiocchi di neve che cadevano. 3.751.957… 3.751.958… 3.751.959…, il ramo si spezzò e il gatto non poté che cadere rovinosamente a terra. Troppo tardi!

La parabola è semplice ed è simile a quella delle mine in Lc 19,12-27.
C’è un padrone che deve compiere un viaggio (Mt 25,14). A quel tempo succedeva che quando il padrone si assentava per un lungo periodo da casa, affidasse ai servi più fidati il suo patrimonio. E così fa. Cosa osserviamo?
1. Ciascuno ha un patrimonio che non è proprio, suo. Sa che è del padrone e sa che dovrà riconsegnarglielo.
2. C’è una diversità: non tutti hanno lo stesso patrimonio. Ciascuno, dice il vangelo, ha secondo la propria capacità (Mt 25,15). A noi questa cosa ci fa un po’ arrabbiare: ma come, il padrone è ingiusto? No, non è ingiusto, anzi è giustissimo! Facciamo un esempio.
Siete papà e mamma e poniamo il caso che dovete stare via tutta l’estate perché andate a trovare dei lontani parenti in Australia. Così date ai vostri tre figli dei soldi perché se li gestiscano. Uno dei vostri figli ha 25 anni, un altro 16 e un altro 8. Cosa fate? Date a tutti 1000 euro? No, ovvio. A quello di 25, ad esempio, gliene date 2600 perché gestisca il tutto, a quello di 16, 300 per le sue cose e a quello di 8, 100. Dareste mille euro a testa? E’ ovvio, no! Perché ciascuno ha della capacità diverse. Nessuno è stupido, nessuno è più degli altri, ma è ovvio che in base all’età, all’esperienza, alle competenze, ciascuno ha.
Cosa vuol dire allora? Che la diversità, allora, è solo quantitativa ma non qualitativa. Hanno talenti diversi perché sono diversi, ma ognuno ha il massimo di ciò che può avere.
Ciascuno nella vita ha il suo talento. Il talento è la possibilità che tu hai, il patrimonio che tu incarni con la tua vita, che tu hai dentro di te, che Dio ha riposto nel tuo cuore. E’ un patrimonio enorme fatto di: doti, doni, sensibilità, talenti, capacità, emozioni, ideali, amore, fiducia, libertà, voglia di vivere.
La grande domanda è: “Chi sono io?”, nel senso: “Qual è il mio patrimonio?”. Non si può chiedere ad una sedia di fare la bistecchiera perché una sedia è fatta per potersi sedere e una bistecchiera per poter cuocere una bella fiorentina. “Ma io voglio essere una bistecchiera!”. “Mi dispiace per te, ma tu sei una sedia: accettati e utilizza ciò che sei”.
La gente passa tutta la vita a voler essere questo o quello, quell’uomo o quella donna. Vorrebbe avere i soldi di quello, la bellezza di quell’altro, la conoscenza di quello lì e la brillantezza di quello là. Così invece di guardare a chi è, insegue cose che non sono proprie e che non sono quindi raggiungibili.
Qual è il tuo talento? Qual è la tua essenza? Qual è la tua peculiarità?
Perché è proprio quello che ha un talento che lo nasconde? Perché si confronta con gli altri. Se tu ti confronti con gli altri è chiaro che non sei contento di quello che sei/hai tu. Per cui troverai che gli altri hanno sempre di più, che sono più fortunati, che magari tu fossi stato al loro posto. Ma è così solo perché invece di guardare a cos’hai tu continui ad invidiare quello che altri non hanno.
Ero in terza media, in gita scolastica. Continuavo a guardare e a parlare con i miei amici di scuola e invece di guardare il marciapiede su cui camminavo, guardavo loro. E così presi un palo della luce in cemento in faccia. E così: se tu guardi gli altri non puoi percorrere la tua strada.
3. Cosa dà il padrone ai tre servi? Dà dei talenti. Il talento non era una moneta corrente perché denotava una cifra enorme. Era solamente una unità di misura. Sarebbe come dire una tonnellata di euro: non si può girare con una tonnellata di euro, semplicemente perché nessuno potrebbe portarla.
Un talento, infatti, era 60 mine e 6000 dracme. La dracma era parificata al denaro (che era la moneta del tempo) e un lavoratore non qualificato prendeva circa un denaro al giorno. La Misna dice che il minimo per una famiglia era 200 denari al giorno. Quindi con un talento, una famiglia, poteva vivere 30 anni.
Allora: ciascuno ha molto. Se tu guardi a quello che hanno gli altri, se tu ti confronti, ti troverai sempre mancante. Ma se tu guardi a te, troverai che sei ricco, pieno e abbondante.
La gente non è povera di doti, talenti o vitalità: è che vuole quello che non ha. E’ che invece di sviluppare ciò che ha, invidia quello che gli altri hanno già sviluppato. La gente vorrebbe a basso prezzo, facilmente, quello che gli altri hanno conquistato osando e giocandosi.
Una sera dopo un applauditissimo concerto, il maestro Andrés Segovia, considerato il più grande chitarrista di tutti i tempi, fu avvicinato da un ammiratore che estasiato gli disse: “Maestro, darei la vita per suonare come lei!”. Andrés Segovia lo fissò intensamente e rispose: “E’ esattamente il prezzo che ho pagato io!”. Saresti disposto a dare tutta la tua vita per questo? Sei disposto a fare tutto quello che lui ha fatto (studi, impegni, rinunce, lotte, invidie, solitudine, ecc.) per essere così? Se sì, fallo. Se no, perché allora lo invidi?
Allora: se ciascuno guarda a quello che ha, ha da essere ben felice.
Inoltre, dobbiamo ricordarci, che nessuno di quei servi è proprietario di ciò che ha. Quindi avere più talenti comporta solo responsabilità in più, non un maggiore possesso o beneficio, visto che tutti dovranno riconsegnarli al padrone.

Ma il fatto che i primi due abbiano più talenti e il terzo solo uno dice anche dell’altro. I primi 2 uomini riescono perché hanno uno sguardo sulla vita poliedrico: uno ha cinque talenti e l’altro due. Avere cinque possibilità di vedere la realtà o almeno due, ti salva la vita. Perché se ne hai solo una, sei spacciato!
Ad un uomo che lavora da anni in un’azienda viene detto dal suo capo: “Mi dispiace, dobbiamo licenziarla!”. Se l’unica possibilità che tu vedi è: “E adesso cosa farò che sono senza lavoro? Oddio che tragedia!”, vivrai il fatto come un dramma tremendo. Ma se tu vedi altre possibilità puoi, ad esempio, dire: “Beh, finalmente, perché ero proprio stanco di stare in quell’ambiente”. Oppure: “E’ l’occasione buona per cambiare lavoro, perché altrimenti io non lo avrei mai fatto”. Oppure: “E’ la grande occasione per rimettermi in gioco”. Se hai altre visioni di ciò che succede, allora sei salvo. Perché se tu ti definisci solamente, come quell’uomo, con una sola visione è la fine.
Tuo figlio di otto anni fa ancora la pipì a letto. Se tu ti vedi solamente sotto la visione “bravo genitore” allora è la fine perché dici: “Ecco io ce la metto tutta ad educare mio figlio e guarda com’è venuto su”. Ti giudichi, temi il giudizio degli altri, ti arrabbi con lui perché “se la fa ancora addosso” (come se lui volesse!), lo punisci, ti senti in colpa, non puoi portarlo in giro, ecc. Ma guarda ciò che succede sotto altre ottiche, visuali. Vedila diversamente! Se come gli animali fa la pipì a letto, magari vuol dire che non sente casa come “sua”. E’ un’opportunità per crescere, per imparare, per cambiare. E’ un’occasione per rimettersi in gioco come genitori e per capire di più tuo figlio. Se la vedi così, non è affatto un dramma, anzi.
C’è un uomo che ha una cultura meravigliosa. Ma ha solo quello! Non si può parlare sempre e solo di cose serie! Si ha bisogno di essere leggeri, di ridere. Allora diventa insopportabile, noioso, tedioso.
Oppure un altro che ha il talento di far ridere. E’ bello stare con lui. Ma non si può sempre ridere!
Se con gli altri faccio sempre il “simpatico”, stanco! Se faccio sempre il “deciso”, divento l’inavvicinabile. Se faccio sempre il “buono”, divento l’inconsistente. Ma se ho la possibilità di scegliere a seconda dell’occasione, allora sono più libero, allora ho molte possibilità, allora posso essere diverso in base alla situazione. Perché non si può mai affrontare situazioni diverse con un unico schema.
Per sciare ci servono gli scarponi da neve. Ma prova tu a correre con quei scarponi li! Prova a tenerli 10 ore di lavoro! Ma se hai tante “scarpe”, tanti talenti, allora sì che scegli le scarpe giuste per il momento giusto.

Cosa succede? I primi due investono il loro patrimonio e questo si moltiplica (Mt 25,16-17). Il terzo, invece, fa una buca e nasconde il denaro (Mt 25,18).
La differenza è tutta qui: i primi due vivono osando, giocandosi, mettendosi in gioco, rischiando, provandoci. Il secondo, invece, ha paura e la sua paura lo blocca. E’ l’atteggiamento di fondo dei personaggi che fa la differenza.
Alla fine dei tempi tutti gli uomini si presentano davanti a S. Pietro. Tutti avanzano ed entrano in Paradiso. Vi entra un po’ di tutto: persone con mani che hanno derubato, picchiato, ucciso, fatto violenza, posseduto, piene di sangue di altri, ecc. Vi è anche un uomo, l’unico, dalle mani linde, pulite. Lui non si è mai sporcato le mani con niente. Al vedere tutto ciò sorride: “Le mie sono linde! Le mie sono linde!”, si ripete felice tra sé e sé. Ma davanti a S. Pietro questi lo ferma e gli dice: “Dove vai? Tu non puoi entrare!”. “Ma come? Guarda le mie mani linde e pulite”. “Appunto”, dice Pietro, “tu, amico, neppure ci hai provato a vivere. Ti avevamo dato la vita. Non ti avevamo chiesto chissà cosa, ma almeno di provarci”. “Vattene, non è il tuo posto questo!”.

Questo vangelo cosa vuol dire: “Vivere è realizzare ciò che siamo (il patrimonio)”. Il talento è la tua vita: vivila! Cosa aspetti a vivere? Cosa aspetti a scendere in campo? Alcune persone vivono da “panchinari”: ci sono ma non hanno mai il coraggio di entrare in campo, di fare quelle scelte che danno una direzione alla loro vita o che le fanno prendere “colore”, intensità.
Alcune persone non scelgono mai: il lavoro: quello che viene; il partner: il primo che trovano; gli amici: quelli che incontrano; gli hobby: quelli che fanno tutti; le idee: quelle che hanno tutti. Mai si chiedono: ma a me cosa sta bene? Ma io cosa voglio? Ma cosa fa per me?
Allora la vita passa. Avevano la possibilità di viverla e invece si sono lasciati vivere. Siccome il treno andava, loro ci sono montati su e si sono lasciati portare. Non hanno avuto il coraggio di scendere e di fare la propria strada con le proprie gambe. Dicono: “Io viaggio!” ma se la stanno raccontando, perché in realtà è: “Il treno viaggia e io vado dove va lui”.
Alcune persone, come quell’uomo, si nascondono sottoterra, cercano di essere invisibili, di passare inosservati e muoiono senza vivere.
Il bellissimo libro “Il gatto e la gabbianella” termina proprio così: “Vola solo chi osa farlo”. Le navi al porto sono al sicuro ma non per questo sono state costruite.
Nel libro “Vivere, amare, capirsi”, Leo Buscaglia scriveva: “A ridere c’è il rischio di apparire sciocchi; a piangere c’è il rischio di essere chiamati sentimentali; a stabilire un contatto con un altro c’è il rischio di farsi coinvolgere; a mostrare i propri sentimenti c’è il rischio di mostrare il vostro vero io; a esporre le vostre idee e i vostri sogni c’è il rischio d’essere chiamati ingenui; ad amare c’è il rischio di non essere corrisposti; a vivere c’è il rischio di morire; a sperare c’è il rischio della disperazione e a tentare c’è il rischio del fallimento. Ma bisogna correre i rischi, perché il rischio più grande nella vita è quello di non rischiare nulla. La persona che non rischia nulla, non è nulla e non diviene nulla. Può evitare la sofferenza e l’angoscia, ma non può imparare a sentire e cambiare e progredire e amare e vivere. Incatenata alle sue certezze, è schiava. Ha rinunciato alla libertà”. Solo la persona che rischia è veramente libera.
La vita è il dono che Dio ci fa: se la viviamo è il nostro dono a Dio. Ma se non la viviamo, se ci nascondiamo, se sotterriamo ciò che possiamo essere, se permettiamo alla paura di vincerci, allora vanifichiamo il dono di Dio.

Prima o poi la vita ci ritorna quello che noi le abbiamo dato. Infatti, il padrone ritorna (Mt 25,19) e regola i conti con i servi. E’ chiaro: l’atteggiamento che tu hai nei confronti della vita ha delle conseguenze.
Il primo e il secondo hanno vissuto “giocandosi” e hanno la conseguenza del loro atteggiamento. Non sono compensati perché hanno guadagnato ma perché ci hanno provato, perché hanno avuto fiducia, perché hanno osato, perché si sono lanciati. Il terzo, invece, ha avuto paura.
Il padrone gli dice. “Ma potevi almeno metterlo in banca!” (Mt 25,27). Com’era il sistema bancario del tempo? Le banche a quel tempo avevano essenzialmente tre compiti.
1. Cambiavano denaro di diverse valute o di diverse grandezze, ovviamente con margini di guadagno.
2. Trasferivano denaro da una regione all’altra.
3. Prestavano denaro.
Qui il padrone si riferisce a questo. Si sa che a quel tempo il prestito di denaro poteva fruttare una rendita annuale dal 10 al 60 %, anche se in genere si era abitualmente sotto il 15%.
Il padrone si riferisce a questo: “Ma perché non hai l’hai fatto fruttare, mettendolo in banca? Avrei ottenuto di meno ma avrei sempre ottenuto qualcosa!”. L’accento qui è sul fatto che il terzo servo proprio non si gioca, non fa fruttificare niente. Avrebbe potuto fare anche diversamente dagli altri due, e sarebbe andato bene! Ma aveva troppa paura!
Dobbiamo anche ricordare che in quell’epoca forse vigeva ancora il divieto del prestito a interesse per gli ebrei (Dt 23,30; Es 22,24): per cui il fatto che il servo gli rinfacci che lui è “un uomo duro, che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso” (Mt 25,26) sembra avere un fondamento di verità e getta la luce su di un padrone avido di guadagno. Ma di certo non era questo l’interesse di Gesù!

Allora: qual è il centro della parabola? Che cosa impedisce al terzo servo di giocarsi? La paura.
Lui ha paura: non vuole essere criticato, non vuole fare errori, non vuole sbagliare, non vuole essere giudicato. Vuole controllare tutto, vuole essere sicuro, certo e facendo così perde tutto.
Certo, se avesse rischiato, vissuto, avrebbe potuto perdere i suoi soldi; certo, se avesse rischiato, vissuto, avrebbe potuto sbagliarsi e perdersi tutto; certo, se avesse rischiato, vissuto, avrebbe potuto esser giudicato o criticato per ciò che faceva o diceva; certo, se avesse rischiato nessuno gli avrebbe potuto garantire un esito felice. Ma se non si rischia si muore. E’ la paura che ci fa morire, non gli imprevisti della vita.
C’era un negozio dove si vendeva la felicità. Una persona vi entrò ed espose il suo problema: era così triste! “Può far qualcosa per me?”, disse incontro al negoziante. “Certo! Le posso dare la felicità”. L’uomo divenne subito felice; si diceva: “Ma pensa un po’ c’è un negozio dove si vende la felicità!”. Il negoziante aprì il cassetto e mise nel palmo della mano un grande seme. L’uomo lo guardò: “Ma che roba è questa?”. “E’ la felicità!”, disse il negoziante. “Se la semina nella sua vita – continuò – sarà veramente felice”.
La vita è così: un patrimonio da far fruttificare, da realizzare, da far fiorire. Ma bisogna osare, provarci, rischiare, ripartire. Unico nemico: la paura!
Tutto è possibile per chi crede ma nulla si realizzerà per chi ha paura. La paura blocca una possibilità e la fa diventare irrealtà.
Una storia racconta così: vi erano tre fratelli: Jacopo Colombo, Gregorio Colombo e Cristoforo Colombo. Jacopo: “Chissà se c’è qualcosa di là” e passò la vita a pensare a cosa ci poteva essere oltre il mare (la paura ti fa solo pensare). Gregorio: “Forse c’è qualcosa, ma è troppo pericoloso andarci” (la paura ti blocca). Cristoforo: “Cosa ci sia non lo so… andiamo a vedere!”. Così scoprì l’America (La fede è provarci).

Pensiero della settimana

Lentamente muore

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza
per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge,
chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore
del semplice fatto di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza
porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

(P. Neruda)

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